Sostegno ai genitori

Come essere un buon genitore

L’educazione di un bambino è spesso guidata da ciò che i genitori ritengono giusto, desiderabile o importante. Può così accadere che i loro desideri e le loro aspettative prendano il sopravvento sui sentimenti, sui bisogni, sulle capacità e sulle possibilità del figlio. Comprendere il proprio approccio educativo comincia quindi da una riflessione semplice, ma importante: accettiamo il bambino con tutte le sue caratteristiche, gli permettiamo di esprimere la propria personalità e ci accorgiamo dei momenti in cui gli chiediamo troppo, reagiamo con eccessiva durezza, cediamo senza motivo o cambiamo le regole? Le risposte a queste domande rivelano quale rapporto stiamo costruendo con nostro figlio e quanto siamo disposti ad adattare il nostro modo di educare ai suoi bisogni reali.

Come essere un buon genitore
In questo articolo

La vicinanza emotiva alla base del rapporto con i figli

L’atmosfera in cui un bambino cresce influisce profondamente sul suo sviluppo. Un ruolo particolare spetta al calore dei rapporti familiari, al sentirsi accettato e al modo in cui genitori e figli esprimono reciprocamente i propri sentimenti. Questo legame emotivo non determina soltanto come il bambino si sente nella propria famiglia. Plasma anche il suo modo di comprendere i rapporti tra le persone, e le esperienze vissute nell’infanzia possono influenzare il modo in cui, diventato a sua volta genitore, educherà i propri figli. La qualità del rapporto tra genitore e figlio, però, non dipende soltanto dalle caratteristiche e dalle azioni del genitore. Fin dalla nascita il bambino partecipa attivamente a questa relazione. Il suo temperamento, il modo di reagire e i bisogni individuali influiscono a loro volta sul comportamento degli adulti: per questo il rapporto con ogni figlio si sviluppa in modo diverso.

Perché lo stesso approccio educativo non va bene per ogni bambino?

I genitori di due o più figli si sorprendono spesso di quanto le loro esperienze possano essere diverse. Un bambino può crescere senza grandi difficoltà quotidiane, mentre un altro richiede molta più attenzione, capacità di adattamento e pazienza. Un approccio che con un figlio dava ottimi risultati può rivelarsi del tutto inefficace con un altro, o persino suscitare la reazione opposta. Queste differenze non sono insolite. Fin dalla primissima infanzia i bambini si distinguono per numerose caratteristiche, alcune delle quali sono in gran parte innate e non possono essere modificate in modo sostanziale dall’educazione. Il temperamento, le caratteristiche fisiche, il sesso, lo stato di salute e la capacità di adattamento sono solo alcuni dei fattori che influiscono sul loro comportamento e sul modo in cui i genitori si rapportano a loro. Alcuni bebè hanno ritmi di sonno e alimentazione relativamente prevedibili, sono generalmente di buon umore, stanno bene e si adattano facilmente alle cure quotidiane. Per i genitori è più semplice riconoscere e soddisfare i loro bisogni. Altri bebè, invece, piangono spesso, si irritano facilmente e seguono ritmi di alimentazione e sonno che i genitori faticano ad assecondare. Il loro comportamento può sembrare imprevedibile e i tentativi di instaurare una routine regolare non danno sempre i risultati sperati. Per una madre, una quotidianità di questo tipo può diventare molto faticosa. La stanchezza e la tensione continue si trasformano a volte in delusione e dubbi sulle proprie capacità. Quando si aggiunge l’incomprensione di chi le sta intorno, soprattutto con osservazioni sul pianto del bebè, i dubbi sul proprio ruolo di genitore possono farsi ancora più forti. Tuttavia, il fatto che un bambino richieda più attenzione e pazienza di un altro non significa di per sé che i genitori lo stiano educando peggio. Per comprendere il comportamento dei bambini è importante tenere conto delle loro differenze individuali.

Un bambino non ha bisogno di un genitore perfetto

Non esiste una ricetta unica per essere genitori perfetti, né un bambino ha bisogno di un adulto che non sbagli mai. È molto più importante che abbia accanto un genitore che lo ami, lo comprenda e lo guidi, assumendosi al tempo stesso la responsabilità delle decisioni che il bambino non è ancora in grado di prendere da solo. Essere genitori significa offrire una guida, porre limiti e occuparsi del benessere del figlio, mentre quest’ultimo impara gradualmente ad assumersi la responsabilità dei compiti alla sua portata. Ogni genitore ha diritto alle proprie convinzioni e a un proprio stile educativo. La pazienza e la coerenza, però, danno a questo approccio una stabilità su cui il bambino può contare. Quando il rapporto quotidiano gli permette di fidarsi del genitore, il bambino sviluppa più facilmente fiducia in sé e nelle proprie capacità. Da queste esperienze nasce gradualmente anche la fiducia negli altri, una base importante per diventare una persona matura e responsabile. Il testo originale indica, tra i segnali di un’educazione riuscita, una crescita senza difficoltà significative dello sviluppo. Questa valutazione, tuttavia, non sostituisce la comprensione del rapporto stesso tra genitore e figlio.

Accettare un bambino significa conoscerlo per ciò che è

L’amore dei genitori non si manifesta soltanto nella cura dei bisogni quotidiani. Si esprime anche nella capacità di accettare il bambino come una persona a sé, con caratteristiche che possono non corrispondere ai nostri desideri e alle nostre aspettative. Se un bambino è vivace, non è realistico aspettarsi continuamente che sia tranquillo e riservato. Allo stesso modo, a un bambino prudente e più timoroso non si dovrebbe chiedere di essere sempre espansivo, rapido e pronto a reagire subito in ogni situazione. Accettarlo significa rispettare la sua natura, senza cercare continuamente di adattarla a un’idea prestabilita di bambino ideale.

Quando il bambino non sente l’amore dei genitori

Il disinteresse emotivo può assumere forme diverse, dalla freddezza e dall’indifferenza fino a una marcata avversione nei confronti del bambino. La mancanza dell’amore dei genitori è difficile da sopportare per un bambino. Non conta soltanto ciò che i genitori provano, ma anche quanto il figlio riesca a riconoscere e a sentire il loro amore. È possibile che i genitori amino sinceramente il proprio figlio, ma non riescano a dimostrarglielo abbastanza perché sopraffatti dal lavoro, dalle preoccupazioni o da altri problemi. Pur occupandosi ogni giorno dei suoi bisogni, possono avere l’attenzione costantemente rivolta ad altri impegni. Il bambino può allora sentire che i genitori sono fisicamente presenti, ma emotivamente lontani. Si accorge che pensano ad altro e può concludere che ciò che gli accade, ciò che prova o che vorrebbe condividere non sia abbastanza importante da suscitare il loro interesse. Questa percezione di indisponibilità emotiva può essere dolorosa anche quando l’amore dei genitori esiste davvero.

Il distacco dai genitori e il senso di rifiuto

Alcuni genitori si impegnano molto per assicurare al figlio una vita confortevole, ma affidano ad altre persone gran parte della cura diretta. Il bambino può trascorrere le giornate con chi lo accudisce e i fine settimana e le vacanze con i parenti. In alcune famiglie accade che un bambino viva per anni con i nonni, anche quando non esiste una necessità impellente. Il testo originale richiama in particolare l’attenzione sul distacco prolungato nei primi anni di vita, collegandolo a possibili difficoltà successive nello sviluppare vicinanza emotiva e fiducia. Secondo questa descrizione, al ritorno dai genitori il bambino può faticare a costruire con loro il rapporto di cui ha bisogno, perché ha vissuto il distacco precedente come un rifiuto. Il bambino può inoltre cominciare a credere di essere responsabile della mancanza di attenzione dei genitori. Invece di comprendere le circostanze che hanno portato al distacco, può concludere di non essere abbastanza buono, intelligente, obbediente, bravo o bello da meritare amore. Queste convinzioni possono indebolire la sua fiducia in sé e l’immagine che si forma delle proprie capacità. Sentendosi insicuro, il bambino può cercare modi per attirare l’attenzione dei genitori e conquistarne l’affetto. A volte questo si manifesta con forti scoppi d’ira, comportamenti aggressivi, rifiuto del cibo o rifiuto di parlare. La descrizione originale riferisce che, quando questi tentativi non portano la vicinanza desiderata, le reazioni possono accentuarsi, fino a una forte aggressività o, al contrario, alla chiusura in sé stessi e all’isolamento sociale. Queste conseguenze non vanno considerate esiti inevitabili di ogni distacco. Si tratta di possibili schemi descritti nel materiale originale, la cui applicabilità generale richiede una valutazione specialistica.

Perché a volte un genitore fatica ad accettare il proprio figlio?

Le ragioni del rifiuto emotivo di un figlio possono essere complesse e i genitori spesso non sono del tutto consapevoli di ciò che influenza il loro comportamento. Una possibile ragione risiede nella propria infanzia. Un genitore che non si è sentito sufficientemente accettato può ripetere inconsapevolmente i modelli di comportamento dei propri genitori. A volte sentimenti irrisolti di rabbia e ostilità verso i propri genitori trovano espressione nel rapporto con il figlio. In altri casi, l’adulto riconosce nel bambino caratteristiche che considera propri difetti e reagisce con avversione. Una forma particolarmente grave di questo comportamento si verifica quando un genitore si serve del figlio per ferire l’altro genitore. Può accadere durante una separazione o un divorzio, quando i conflitti irrisolti tra gli adulti cominciano a influire sul loro rapporto con il bambino. Questi esempi hanno in comune la possibilità che il bambino subisca le conseguenze emotive di esperienze, sentimenti e conflitti che appartengono in realtà agli adulti.

L’incoerenza educativa: quando le regole cambiano con l’umore dei genitori

Il bambino comprende più facilmente i limiti quando le reazioni dei genitori hanno una certa coerenza. Regole che cambiano continuamente, invece, possono creare insicurezza e confusione. L’incoerenza educativa può manifestarsi soprattutto quando i genitori sono oberati dagli impegni quotidiani, esausti o a corto di tempo e pazienza. Una madre costantemente stanca può punire il figlio per un comportamento a cui di solito non reagisce e già il giorno dopo permettere proprio ciò che aveva vietato. A volte cede semplicemente perché ha bisogno di una pausa o di portare a termine un lavoro senza interruzioni. Una situazione simile può verificarsi anche con i padri che, a causa del lavoro, trascorrono poco tempo con i figli. Per evitare conflitti nei momenti insieme, permettono quasi tutto, finché il comportamento del bambino non comincia a frustrarli. A quel punto, anche un episodio di poco conto può provocare una punizione improvvisa ed eccessivamente dura. Per il bambino è difficile capire perché la stessa cosa venga a volte permessa e a volte punita. Gradualmente perde sicurezza nella propria comprensione delle regole e nella prevedibilità delle reazioni dei genitori. Questa confusione può accompagnarsi alla paura e al dubbio che l’amore dei genitori sia davvero costante. Il testo originale descrive la possibilità che il bambino si difenda da questi sentimenti attraverso diversi problemi di comportamento e reazioni definite nevrotiche.

I genitori possono sbagliare, ma hanno la responsabilità di riconoscerlo

Nessun genitore può essere sempre del tutto coerente. Un’ingiustizia occasionale, una decisione sbagliata o una reazione influenzata dalla stanchezza fanno parte della vita familiare reale. La disponibilità del genitore a riconoscere il proprio errore può cambiare il modo in cui il bambino vive una situazione del genere. Il bambino può capire che il genitore ha sbagliato o è stato incoerente, soprattutto quando l’adulto si assume apertamente la responsabilità invece di attribuire al figlio la colpa delle proprie azioni. Si crea così la possibilità che un errore occasionale non comprometta la fiducia costruita attraverso il rapporto.

Quando mamma e papà hanno regole diverse

L’incoerenza non riguarda soltanto il comportamento di un singolo genitore. Può nascere anche dal disaccordo tra madre e padre su come educare il figlio. Avere idee diverse sull’educazione non è necessariamente, di per sé, la difficoltà maggiore. Il bambino può adattarsi al fatto che i genitori non abbiano esattamente lo stesso approccio, soprattutto se accettano e rispettano reciprocamente queste differenze. Un problema ben più grande può essere rappresentato dai conflitti che nascono dai disaccordi educativi. Se un genitore vieta qualcosa e l’altro la permette subito, è comprensibile che il bambino si rivolga più spesso a quello più permissivo. Questa situazione, però, non va soltanto a vantaggio del genitore meno severo. Secondo la spiegazione del testo originale, il bambino può al tempo stesso perdere fiducia in entrambi, perché non considera più affidabili le loro decisioni. Non è quindi necessario che i genitori la pensino esattamente allo stesso modo. Conta molto di più che i loro disaccordi non diventino una fonte di conflitti continui e di insicurezza per il bambino.

Aspettative irrealistiche: quando la vita del figlio diventa il progetto dei genitori

Alcuni genitori immaginano il futuro del figlio molto prima che abbia la possibilità di mostrare i propri interessi e le proprie capacità. Si aspettano che riesca in tutto, ottenga i risultati migliori e cresca seguendo un piano prestabilito che lascia poco spazio ai suoi bisogni individuali. Questo rapporto comporta spesso indicazioni, consigli e richieste continui. L’opposizione del bambino non viene accettata e il mancato rispetto delle aspettative può essere seguito da una punizione. Il genitore stabilisce gli orari e lo svolgimento di quasi tutte le attività: quando il bambino deve mangiare, dormire e giocare, che cosa deve indossare e chi può frequentare. Particolare attenzione viene riservata all’ordine, alla pulizia e alla disponibilità a eseguire ogni indicazione senza esitare. Dal bambino ci si aspetta soprattutto obbedienza. I suoi desideri e le sue possibilità del momento passano spesso in secondo piano, mentre il suo successo viene misurato in base a quanto segue i progetti dei genitori. Questi bambini a volte cominciano molto presto a studiare lingue straniere, seguire lezioni di musica, danza classica o altre attività organizzate. Il solo numero delle attività, però, non determina la qualità del loro sviluppo. Il problema nasce quando le richieste superano ciò che il bambino può sostenere.

Le conseguenze della continua pressione a essere il migliore

Un bambino che deve ottenere continuamente risultati elevati può cominciare a vivere ogni insuccesso come una delusione per i genitori. Se le aspettative superano le sue possibilità reali, nasce la frustrazione di non riuscire a fare ciò che gli viene richiesto. Da questa esperienza può svilupparsi un senso di inadeguatezza e, in seguito, di colpa. La pressione a essere perfetto in tutto lascia poco spazio all’apprendimento naturale attraverso tentativi, errori e l’acquisizione graduale di nuove abilità. Il testo originale sottolinea inoltre che i progetti dei genitori fondati su richieste così elevate spesso non si realizzano. Nonostante l’impegno e il controllo continui, il futuro del figlio può non corrispondere alle aspettative formulate in anticipo.

I genitori che criticano continuamente

Ci sono genitori che non si mostrano quasi mai soddisfatti di ciò che fa il figlio. Anche quando sono contenti del suo comportamento o di un risultato, evitano di lodarlo perché temono che un riconoscimento possa viziarlo o indurlo a smettere di impegnarsi. Al posto dell’incoraggiamento, il rapporto è caratterizzato da osservazioni negative, richiami e critiche frequenti. Il bambino viene paragonato a coetanei ritenuti più intelligenti, più bravi o migliori e, a volte, subisce anche scherni o derisioni. Sentirsi continuamente ricordare i propri presunti difetti può indebolire poco a poco la fiducia in sé del bambino. Invece di sviluppare sicurezza nelle proprie capacità, comincia a dubitare del proprio valore. Rispetto agli altri può sentirsi meno capace e meno bravo, e questa percezione si accompagna spesso a insoddisfazione verso sé stesso. Quando riceve raramente un riconoscimento per l’impegno e per ciò che ha fatto bene, il bambino può cominciare a guardarsi e a giudicarsi attraverso la critica.

L’iperprotezione: quando la cura comincia a limitare l’autonomia

Nei primi mesi e anni di vita il bambino dipende in larga misura dagli adulti. La disponibilità dei genitori a proteggerlo, aiutarlo e soddisfare i suoi bisogni è allora una parte indispensabile della cura. Crescendo, però, cambiano anche le sue capacità. Il bambino desidera provare a fare sempre più cose da solo, e l’aiuto dei genitori dovrebbe accompagnare questa evoluzione. Il problema nasce quando il genitore continua a comportarsi come se il bambino fosse del tutto indifeso, anche se è già pronto a svolgere semplici attività. Il bambino vuole mangiare da solo, mettersi le scarpe o raggiungere un oggetto, ma il genitore lo ferma continuamente. Gli dice che è troppo piccolo, che non sa farlo, che potrebbe cadere o sporcarsi, e poi svolge il compito al suo posto. Queste reazioni possono nascere da una preoccupazione sincera, ma al tempo stesso privano il bambino dell’occasione di mettere alla prova le proprie capacità. Se gli adulti continuano a sostituirsi al bambino in ciò che potrebbe imparare a fare da solo, la sua autonomia si sviluppa con maggiore difficoltà. Può rimanere eccessivamente dipendente dai genitori, insicuro delle proprie possibilità e timoroso di fronte a nuove esperienze.

Come reagisce un bambino a cui non si permette di crescere?

Un bambino che si sente continuamente sorvegliato può sviluppare una forte resistenza ai limiti imposti dai genitori. A volte questa resistenza si esprime con rabbia, richieste eccessive o disobbedienza in famiglia. Fuori casa, lo stesso bambino può apparire estremamente tranquillo, obbediente, timoroso e insicuro. In queste circostanze può avere l’impressione che la madre sia sempre presente, non gli permetta di correre alcun rischio e continui a considerarlo piccolo, indipendentemente dalle sue capacità reali. Il testo originale collega l’iperprotezione anche alla possibilità che il bambino diventi esigente e concentrato soprattutto sui propri bisogni. Descrive inoltre difficoltà nel fare amicizia e, in seguito, problemi nel comunicare con gli altri.

Perché i genitori diventano iperprotettivi?

Le ragioni per cui un figlio occupa un posto particolare nella vita dei genitori possono essere diverse. A volte il bambino ha un problema di salute o un disturbo dello sviluppo, che aumenta nei genitori il bisogno di proteggerlo. In altre famiglie la nascita del bambino è stata a lungo attesa. Possono esserci state difficoltà di concepimento, infertilità o una gravidanza che ha richiesto particolari attenzioni per proseguire. In alcuni casi il rapporto tra i genitori era già segnato da seri problemi coniugali prima della nascita. In queste circostanze la madre può vivere l’arrivo del figlio come una sorta di ricompensa dopo le difficoltà, le delusioni e le aspettative rimaste insoddisfatte. Nel testo originale queste madri sono descritte come estremamente responsabili, molto legate alla famiglia e mosse da un forte bisogno di offrire cure materne. Nel modello familiare descritto, i padri partecipano spesso meno alle decisioni e hanno minore autorità nei confronti della madre e del figlio. L’iperprotezione può allora essere legata a un investimento emotivo particolarmente intenso del genitore sul figlio.

Quando la protezione diventa eccessiva permissività

Alcuni bambini cresciuti con un approccio molto protettivo cominciano a comportarsi in modo ribelle, provocatorio e molto esigente con la madre. Nel tentativo di accontentare il figlio o di evitare un conflitto, la madre può diventare sempre più permissiva, mentre il bambino cerca di assumere il controllo delle situazioni quotidiane. Uno degli esempi riportati riguarda il comportamento in un negozio. Il bambino pretende che gli venga comprato qualcosa e, quando non ottiene ciò che vuole, reagisce con proteste accese e uno scoppio d’ira per cercare di far cambiare decisione al genitore. Se il genitore appare impotente e cede continuamente, il rapporto può essere caratterizzato da richieste sempre maggiori del bambino e da una capacità sempre minore del genitore di porre limiti.

L’eccessiva severità: quando l’obbedienza conta più dello sviluppo

Un approccio educativo severo si basa spesso sull’aspettativa che il bambino obbedisca senza discutere e si adegui alle regole del genitore. I genitori possono così limitare eccessivamente comportamenti normali per l’età del bambino. Gridare, saltare, correre, fare rumore e giocare con vivacità possono essere faticosi da sopportare per gli adulti, ma fanno anche parte del modo naturale in cui i bambini si esprimono e giocano. Il problema nasce quando il genitore considera questi comportamenti soprattutto una forma di disobbedienza da reprimere. L’eccessiva severità può manifestarsi anche attraverso richieste non adeguate al livello di maturazione del bambino. Da un bambino di tre anni, per esempio, ci si può aspettare che riordini i giocattoli completamente da solo, anche se ha ancora bisogno di aiuto o di una guida. A un bambino naturalmente vivace si può chiedere di restare immobile quando si va a trovare qualcuno, di non toccare nulla, di non spargere oggetti e di comportarsi in modo impeccabile in ogni momento. Queste aspettative possono superare le sue effettive capacità nella fase di sviluppo in cui si trova.

Quando il genitore cerca di plasmare il figlio a propria immagine

I genitori inclini a un’eccessiva severità dedicano spesso molte energie al tentativo di rendere il figlio esattamente come loro. Possono giustificare questo approccio con la convinzione che una disciplina rigida lo preparerà al meglio per il futuro e gli impedirà di diventare viziato. Quando il bambino mostra molta energia o non è abbastanza obbediente, alcuni genitori si rivolgono anche a uno psicologo, ritenendo che il suo comportamento sia un problema. Cercano di ottenere un’obbedienza completa attraverso punizioni e lunghe, frequenti prediche su ciò che il bambino può o non può fare. Spesso, però, il bambino non ha ancora raggiunto la maturità necessaria per comprendere gran parte di queste spiegazioni. Invece di recepire il messaggio desiderato, può sentirsi confuso e spaventato. Un controllo esterno eccessivo può limitare lo sviluppo dell’autonomia e della capacità di prendere l’iniziativa nelle attività e nelle decisioni. Le conseguenze possono emergere anche nei rapporti con i coetanei. Il bambino può apparire estremamente educato e obbediente in presenza degli adulti, che spesso lo lodano e lo indicano come esempio agli altri. Tra i coetanei, invece, può faticare a partecipare alla pari ai giochi e alle attività comuni e può anche subire un rifiuto.

Una punizione dura non significa che il bambino abbia imparato a controllare il proprio comportamento

Il testo originale collega conseguenze particolarmente gravi all’uso di punizioni dure, soprattutto fisiche. Un bambino che in casa appare estremamente tranquillo e obbediente può comportarsi in modo del tutto diverso alla scuola dell’infanzia o a scuola. Nei rapporti con i coetanei può diventare brusco, aggressivo e cercare a ogni costo di imporsi sugli altri. Questa differenza di comportamento viene descritta come un segnale che il bambino non ha sviluppato un proprio autocontrollo, ma si comporta in risposta alla pressione esercitata dagli adulti. È interessante osservare che, sotto questo aspetto, un’educazione eccessivamente severa viene collegata a un problema simile a quello che può presentarsi con genitori molto permissivi. In entrambi i casi il bambino può avere difficoltà a sviluppare un controllo autonomo del proprio comportamento, anche se gli approcci dei genitori sono quasi opposti. Nell’eccessiva severità ci sono molta sorveglianza e molte restrizioni, ma poca comprensione. Il bambino si adatta alle richieste esterne senza sviluppare abbastanza la capacità di gestire da solo il proprio comportamento.

La resistenza nascosta e le reazioni fisiche

Un bambino che teme di opporsi apertamente a genitori severi può sviluppare modi meno evidenti per sottrarsi alle loro richieste. A volte sembra fare le cose con poca cura, si comporta come se non avesse sentito un’indicazione o dimentica spesso ciò che gli è stato detto. Se viene costretto a mangiare, può cercare di nascondere il cibo per sfuggire al controllo dei genitori. In alcune situazioni la tensione emotiva può esprimersi anche attraverso disturbi fisici. Il testo originale cita mal di testa, dolori addominali e dolori nella zona del cuore come possibili reazioni psicosomatiche associate a queste esperienze. Impiegare più tempo per acquisire una certa abilità o ottenere risultati inferiori rispetto ai coetanei, quindi, non significa necessariamente che un bambino sia meno intelligente o pigro. Dietro queste difficoltà possono talvolta esserci paura, insicurezza e mancanza di fiducia nelle proprie capacità.

Come aiutare il bambino a sviluppare fiducia in sé e a fare progressi?

Quando un bambino impiega più tempo ad acquisire determinate abilità o non riesce a soddisfare le aspettative, aumentare la pressione non è l’unica risposta possibile. È molto più utile considerare con attenzione che cosa lo ostacola e di quale sostegno abbia bisogno dai genitori. Il testo originale propone sette indicazioni per favorire l’autostima, l’autonomia e la fiducia nelle proprie capacità.

1. Aiutate il bambino a riconoscere il proprio valore

L’autostima si sviluppa attraverso esperienze in cui il bambino riconosce il proprio valore e sente che le sue capacità meritano fiducia. Quando i genitori gli dimostrano, nel rapporto con lui, che lo apprezzano, il bambino costruisce gradualmente un’immagine più positiva di sé. Questa sicurezza può aiutarlo ad affrontare più volentieri nuovi compiti, a cercare di acquisire abilità che ancora non conosce e ad affrontare situazioni che richiedono impegno. Un bambino che ha una buona opinione di sé trova più facilmente il coraggio di provare ancora.

2. Riconoscete l’impegno e i tentativi positivi

Invece di concentrare continuamente l’attenzione sugli errori, è utile notare ciò che il bambino cerca di fare bene. Il suo impegno, le azioni positive, gli interessi e le inclinazioni meritano incoraggiamento, anche quando il risultato finale non è ancora quello atteso. Allo stesso tempo, occorre tenere conto della quantità di richieste e responsabilità che gli vengono affidate. Un carico eccessivo può provocare stress, e proprio questo stato può rendere più difficile svolgere bene i compiti. In altre parole, aumentare continuamente la pressione non migliora necessariamente i risultati del bambino. A volte può avere l’effetto opposto.

3. Offrite aiuto, lasciando spazio all’autonomia

Il sostegno dei genitori richiede equilibrio. Se gli adulti svolgono sempre i compiti al posto del bambino, gli mancano occasioni sufficienti per acquisire fiducia nelle proprie capacità. Non è però utile neanche lasciarlo completamente solo davanti a un compito che non sa ancora affrontare. L’approccio indicato come migliore nel testo originale consiste in un equilibrio tra una guida iniziale e lo svolgimento autonomo del compito. Il genitore può aiutare il bambino a cominciare un’attività, mostrargli come affrontare un compito o offrirgli il sostegno necessario, per poi permettergli di continuare e finire da solo. In questo modo l’aiuto non si sostituisce all’impegno del bambino, ma gli permette di sviluppare gradualmente la propria autonomia.

4. Abbiate aspettative che il bambino possa soddisfare

Le aspettative dei genitori hanno un ruolo nell’educazione, ma devono corrispondere alle reali possibilità del bambino. Se gli obiettivi sono sempre superiori a ciò che può raggiungere, il bambino può convincersi che, per quanto si impegni, non sarà mai abbastanza bravo. Un’esperienza del genere non aiuta a costruire la fiducia in sé. È quindi importante che le richieste siano alla sua portata e che la loro complessità aumenti gradualmente, seguendo i suoi progressi. Il bambino ha così l’opportunità di affrontare nuove sfide senza sentire continuamente di non riuscire a soddisfare le aspettative dei genitori.

5. Fate in modo che le reazioni positive siano molto più frequenti di quelle negative

Il testo originale propone cinque reazioni positive per ogni punizione o reazione negativa, presentando il rapporto 5:1 come una combinazione particolarmente efficace. Tra le reazioni positive vengono citati la lode, l’incoraggiamento e un sorriso affettuoso. Tra quelle negative rientrano il rimprovero, la critica, l’indifferenza e persino un’espressione accigliata. Il senso di questa indicazione è che il bambino riceva dai genitori un riconoscimento del buon comportamento e dell’impegno molto più spesso di quanto incontri insoddisfazione e giudizi negativi. Questo rapporto appartiene all’approccio del testo originale e, senza ulteriori verifiche, non va presentato come una regola scientifica universalmente accertata.

6. Prima di criticare, notate ciò che va bene

Quando valutiamo il lavoro o il comportamento di un bambino, è utile cominciare da ciò che è riuscito bene. Anche quando gli aspetti positivi non sono facili da riconoscere, vale la pena cercarli con attenzione. Poi si può individuare qualcosa di interessante nel suo tentativo, come un’idea originale o un modo insolito di affrontare il compito. Solo dopo aver considerato questi aspetti c’è spazio per indicare le carenze che richiedono davvero una correzione. La critica dovrebbe allora essere costruttiva e concentrarsi su ciò che il bambino può comprendere e migliorare. Il testo originale propone anche un modo semplice per riflettere sul proprio comportamento: per alcuni giorni, annotate le lodi e le reazioni negative che rivolgete al bambino. Osservate poi il rapporto tra le une e le altre. Secondo la regola proposta, se a ogni reazione negativa corrispondono meno di cinque lodi, il genitore dovrebbe considerare la possibilità di cambiare approccio educativo. Se un bambino riceve continuamente più critiche che riconoscimenti per il proprio impegno, può cominciare a credere che non riuscirà mai a soddisfare le aspettative dei genitori. Questa percezione può ridurre la sua autostima e aumentare l’ansia.

7. Non trasformate ogni attività del bambino in un’occasione per lodarlo

Anche se i riscontri positivi sono importanti, lodare eccessivamente può creare difficoltà. Se il bambino si aspetta sempre una lode per ciò che fa, può cominciare a interpretare qualsiasi altra risposta come un segnale di insuccesso. Non è quindi necessario che il genitore valuti e giudichi continuamente ogni sua azione. Per il bambino è spesso più importante sentire che gli adulti lo vedono, lo ascoltano e gli prestano davvero attenzione. Per esempio, quando mostra un disegno, il genitore non deve necessariamente dire subito che è bellissimo o perfetto. Può semplicemente osservare che il bambino ha colorato la casa di blu e ha disegnato delle nuvole sopra. Può anche chiedergli che cosa rappresenta una parte del disegno. Una reazione del genere dimostra un interesse sincero per ciò che il bambino ha realizzato e gli lascia spazio per parlarne, senza che ogni suo tentativo debba essere giudicato un successo o un insuccesso.

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